sabato, 05 luglio 2008, ore 16:47

Comunico con molto piacere, di essere stato premiato dalle carissime amiche bloggers TamangoLuna 70 del

  Best Graphic Award

 Bga

Questo premio nasce per tutti coloro che hanno un sito, un blog, un forum di grafica
sia esso di tutorial oppure una semplice esposizione delle proprie creazioni
Come si assegna?:

Semplice: una volta che avete ricevuto il premio, potete assegnarlo ad altre 10 persone.
Se riceverete il premio una seconda volta, potrete assegnarlo altre 10 volte e così via.

 
Regole:

1. Assegnate il premio solo a siti che rientrino nella categoria

2. Esponete il bannerino e le regole
3. Linkate il sito di chi vi ha assegnato il premio
4. Non rimuovete il link al sito *Shaina Design*

Ringrazio ancora le mie amiche assegnatarie e mi riservo la nomina dei miei premiati...
 
Sirablog

venerdì, 04 luglio 2008, ore 17:01

Puoi leggere le parti precedenti di questo racconto qui e qui

Giardino

-Buongiorno! Mattiniero!? Le disse lei, squadrandolo dalla punta dei piedi fin sopra i capelli.

- Cos’ ha intenzione di scavare un nuovo pozzo?. Soggiunse con un sorrisino ironico e malizioso stampigliato sulla bocca.

-Guardi che deve essere una concimaia, mica le fondamenta di un nuovo palazzo.!!

Mi resi conto in quel istante, che Francesca aveva ragione: Con la foga della mia solita irruenza avevo scavato una buca enorme.

Saltai fuori e accolsi Francesca; la salutai, pulendomi alla bene e meglio la mano destra sui miei stessi calzoni. Sentire la sua pelle, che fino a quel momento mi aveva riempito la testa di sensazioni bellissime, e che frullavano ancora all’interno del mio cervello, mi diede una leggera scossa ed un fremito. Francesca si accorse di questo mio malcelato tumulto emotivo, e mi chiese: - Sta bene Edoardo?. Gli strinsi la mano con una vigorosa stretta e mi accorsi che, saggiare la sua pelle, mi confermò piacevolmente le sensazioni che poche ore prime avevano occupato gran parte del mio sogno.

-Senta Francesca..! Diamoci del tu! Le dispiace!..

- Ma certo che no! Rispose, puntando gli occhi sul mio fisico reso palese dalla mancanza della maglia. Lessi nei suoi occhi una specie di sguardo interessato. O forse, ancora preso dal sogno, volli credere io che era stato uno sguardo interessato. Cercai di risistemare alla meglio il mio stato fisico, indossando la maglia che nel frattempo, con un balzo, recuperai dal ramo su cui prima l’avevo lanciata.

-Allora se la buca va bene, possiamo iniziare a potare qualche pianta che ne ha bisogno! Così dicendo mi avviai verso l’armadio degli attrezzi e, afferrati la forbice ed i guanti pesanti, li passai a Francesca. Lei lascio cadere dal suo splendido corpo il leggero soprabito e, dopo averlo tirato fuori dalla borsa che portava con se, indossò un camice lungo fin sopra il ginocchio di colore verde scuro.

Assunse l’aria di chi con il verde ci sapeva fare. Mi tolse dalle mani quegli attrezzi per me inopportuni e comincio a tagliare alcuni rami sporgenti dal primo albero di ciliegio che si presento lì davanti. 

Seguivo con lo sguardo i suoi movimenti ed ammiravo le curve del suo corpo stampigliarsi fino a intravederne le forme sotto quel camice indossato e che le lasciava intravedere. Lei era vestita di un pantalone di lino leggero ed attillato, completato da una maglia fine e molto scollata che non lasciava nulla all’immaginazione.

 Il suo seno, non molto grosso ma turgido ed invitante, e non contenuto da un inutile contenitore, mostrava tutta la sua presuntuosità e voglia di mettersi in mostra. Lei continuava a tagliare rami ed io a seguirla con lo sguardo. Dopo pochi minuti, il caldo, che andava ad aumentare, man mano che il sole si alzava alto, resero quel giardino una specie di forno quasi non più sopportabile.

- Francesca!? Che ne dici se facciamo una pausa!? Le dissi per farla fermare.

-Magari vado su in casa e prendo qualcosa di fresco ti va!? Attesi un secondo la sua risposta affermativa e lesto andai in casa. Ne tornai subito dopo con due bicchieri e una bottiglia di Tè alla menta verde che, la sera prima, avevo avuto cura di riporre dentro il frigo.

La bevanda era freddissima ed invitante.

Lei si tolse il camice che presentava già alcuni piccoli aloni di sudore e delle tracce del suo lavoro. Notai in quel momento che gli efelidi che ornavano leggermente il suo viso, si moltiplicavano anche sul suo petto discendendo fin sopra il seno. Davano alla sua pelle una colorazione ambrata e leggermente scura. I suoi lunghi riccioli neri, facevano invece da contrasto a quella pelle di quel colore vagamente ispanico. Dopo esserci rinfrescati il viso e lavate le mani con una manichetta d’acqua che si trovava lì vicino, ci rinfrescammo con quel tè, che sembrò avere il sapore del nettare degli dei, in quel paradiso di piante.

Ci sedemmo sotto un grosso albero di fichi che ombreggiava con le sue foglie fitte una parte del giardino, e cominciammo a parlare di noi due. Francesca mi raccontò della sua vita attuale e lo stesso feci io. Come per magia mi scordai completamente di Erica. La vicinanza di Francesca mi portava sempre ed inevitabilmente al sogno della notte precedente. A quella sensazione dolce del sapore delle sue labbra. Mentre ci pensavo, e la guardavo parlare, la mia mente viaggiava in altri mondi. Non so bene come, ma d’un tratto mi ritrovai con la bocca attaccata alla sua. Invece di respingermi Francesca mi abbraccio e si lasciò andare.

Le mie mani corsero subito alla sua vita. La sua inutile maglia volò via come un fazzoletto spostato dal vento. Il suo seno fu braccato dalle mie mani prima, e dalle mie labbra dopo. Lei non fu da meno: Mi sfilò la felpa che, ormai era anche stanca di fare quel tragitto, e la fece volare, per l’ennesima volta su di un ramo. La sensazione dei nostri due corpi, attaccati l’un l’altro, dava al mio cervello la contezza di quanto poco prima aveva solo immaginato in sogno.

Passò oltre un’ora. Quel tempo trascorse rotolandoci su quella soffice erba di quel giardino paradisiaco. Lo stesso paradiso conosciuto in quel momento con Francesca. Mai stanchi di quella mattinata d’amore inaspettato, mentre poggiavo la mia schiena su quel frondoso albero di fichi, enorme e rassicurante nello stesso tempo, e mentre lei, priva di qualsiasi indumento, dando le spalle all’uscita, si adagiava su di me a gambe aperte; fui attirato dal rumore di passi sul selciato: Mi sporsi dalla sua schiena abbracciandola e tirandola a me e, nel preciso istante che il mio sesso s’inabissava, per l’ennesima volta nella voluttuosa intimità di Francesca, vidi la faccia di lei fissarci.

Ci guardava con l’espressione di chi avesse visto il diavolo :

-Erica.!!? Tu..!? Qui!!??...  
Sirablog

giovedì, 03 luglio 2008, ore 00:16

Leggi la prima parte di questo racconto da Ruggioso...(scritta da lui)


 

 

Scrittore-E questo chi cazzo è…? Disse l’uomo lanciandogli uno sguardo da fulminarlo.

-Come chi cazzo sono? Io sono a casa mia..!! Voi chi siete e da dove siete entrati!??.. D’improvviso, come per volere rimarcare le sue parole, si guardò attorno con meticolosa precisione. Cercava il suo Personal ancora aperto. La sua sedia preferita per scrivere. Tutto scomparso. Ma dov’era finito!. Si rese conto in quel momento che la sua casa era sparita. Si trovava appollaiato su uno sgabello alto con un sedile in pelle di colore bordeaux ed appoggiato di fianco a quella bellissima donna con quelle particolarissime unghie laccate rosse.

La guardò negli occhi, non riuscendo a nascondere l’espressione di ebete che, chiunque, avrebbe assunto al posto suo. Fino ad un secondo prima era al suo PC che scriveva quella storia che l’aveva preso per tante sere. Si ricordò pure dell’incontro avuto la sera prima con quell’anziana donna. L’aveva incontrata presso il bar dove solitamente andava a farsi un bicchierino prima di rientrare a casa e rimettersi al lavoro. Una ottantenne che incrociò proprio mentre lui entrava nel locale e lei ne usciva: Ci fu quasi un urto tra loro. La donna lo guardò con molta attenzione e prima di uscire dal locale gli disse:

-Hei! Scrittore! Un giorno o l’altro tu sarai risucchiato da una tua storia.

Sembrava impossibile da credere, ma forse  era proprio ciò che stava accadendo. E come poteva sapere della sua professione?

Si avvicinò ancora alla donna che aveva a fianco. La squadrò da capo a piedi: Un vestitino color miele, attillato fino a farne scoppiare le sinuose forme, la vestiva. Una scarpa molto elegante con tacco a spillo di circa dodici centimetri la completava. Aveva tutta l’aria della donna come lui stesso l’aveva creata nelle sue descrizioni: Sensuale fino all’esasperazione e acida nello stesso tempo.

Mentre le invettive contro il barista continuarono per qualche minuto; Lei, come attirata dalla personalità che forse inconsciamente sprigionava il mio modo di guardarla, lanciandomi un’occhiata al vetriolo  mi disse:

-Ciao Bello ! Allora che fai me la offri tu una vodka con ghiaccio??.. Visto che questo stronzo, la prima,  mi ha costretto a versargliela un po’ addosso ed il resto sul bancone!..

Il  barman, che a quel punto la guardava con l’aria, e forse anche la voglia, di volerla strozzare da un momento all’altro, preso un altro bicchiere, da una mensola posizionata dietro le sue spalle, le versò quanto chiesto. Prese un limone da un contenitore a cesta che era immobile alla sua destra e, dopo averlo tagliato in due parti perfette, ne versò qualche goccia del succo di una metà all’interno della vodka, stando molto attento stavolta a non fare arrivare gli spruzzi sull’abito dell’avvenente nottambula.

-Ecco a te Desiré! Stavolta non fare la stronza a versarmelo addosso!!.. Per una goccia di limone hai fatto un casino!

Michael rimase a guardarli e sentirli imbeccarsi ed ebbe l’impressione di trovarsi al di sotto di un palcoscenico, come se stesse assistendo ad una rappresentazione teatrale.

Non riusciva ancora a capacitarsi della situazione che stava vivendo. Fino ad un momento fa era al suo PC che scriveva questa storia, un caldo da mancargli il respiro; adesso era qui all’interno della storia stessa che lui stava scrivendo. Ma qual’era il suo ruolo? Non lo sapeva. Non poteva saperlo! Non l’aveva pensato. Non era in programma nel suo racconto. La confusione nella sua testa venne diradata dalla voce di Desiré:

-Grazie tesoro! Dopo una serata come questa ne avevo proprio bisogno di una buona vodka!

- Perché non mi accompagni a casa? Abito a pochi isolati da qui.!  Disse Lei a Michael continuando.

La periferia di Parigi nel periodo estivo si disfa di molti dei suoi abitanti. Per la maggioranza si tratta di stranieri che, con l’occasione dell’estate, rientrano nei propri paesi di origine e svuotano così quella periferia, facendola sembrare più triste di quanto non lo fosse in tempi normali.

-Ok! Perché no! Dai ti accompagno a casa! Rispose Michael scendendo dallo sgabello dov’ era appollaiato.

Lasciò un biglietto di dieci euro sul bancone e si avviò all’uscita del bar. Lei gli posizionò un braccio attorno alla vita e si lasciò trasportare dal suo passo. Sentì molto forte il suo profumo: Dolce, speziato, anche se un poco esagerato, ed alquanto appariscente. Si avviarono verso la casa di lei. Fatti pochi passi, nello girare l’angolo della via Sant’Andrè, complice e colpevole l’oscurità, Michael si scontrò, stavolta forte, molto forte con una vecchietta che gli veniva incontro dalla parte opposta. La caduta lo fece arrivare rovinosamente a terra, dove batté forte la fronte.

Ancora in preda al dolore, per il colpo ricevuto, sentì una voce in lontananza che gli parlava: era la vecchia incontrata poco prima nel locale che poi era la stessa con la quale aveva poco prima  sbattuto forte.

-Tu non puoi vivere questa parte del tuo racconto! Gli disse.

-Non l’hai scritta tu non puoi viverla…

Aprì gli occhi e si accorse, toccandosi la testa che qualcosa di liquido gli colava giù senza controllo. Nel timore che fosse sangue, si portò la mano a saggiarne la consistenza ed il colore: Era sudore. Un bagno di sudore lo aveva avvolto.

Alzò leggermente la testa e vide a pochi centimetri dal suo naso i tasti neri con le lettere bianche della sua tastiera.  Alzò ancora di più il viso  verso il soffitto e vide la sua lampada, compagna di mille nottate trascorse al PC, che brillava della sua incandescenza. Aveva sognato tutto!!??

Si alzò in piedi e rivide il suo monolocale. Le sue cose erano tutte lì: Il suo PC ancora acceso, emanava quella luce bluastra che donava alla stanza un aspetto spettrale ed inquietante. Si diresse al piccolo bagno del suo monolocale per darsi una rinfrescata: Aprì il rubinetto dell’acqua per sciacquarsi il viso, quando il suo sguardo si posò sulla sua fronte: Un bozzolo grosso ed arrossato faceva bella mostra di se - (la caduta lo fece arrivare rovinosamente a terra, dove batté  forte la fronte)-…e gli faceva un male cane…

Sirablog

martedì, 01 luglio 2008, ore 22:48

On air: Mary
Time
 
Ascoltavo il bel brano
Che mi avevi dedicato
E la mente mia viaggiava
 
Veleggiava con il pensiero fisso
A quell’aereo enorme
Che mi avrebbe portato a te
 
E anche se la pioggia
Umida e cadente  avrebbe
Urlato la sua voce tra le nuvole
 
Non  sarebbe mai bastata
A farmi desistere da quel momento
Che assaporerò e dal quale
mi farò cullare
Come un alito di dolce vento
 
E  mentre aspetterò il lento
incedere del tempo
Farò in modo che il mio cuore
Non sia mai solo nel frattempo 
 
A Mary***
                                     .G57



Sirablog

lunedì, 30 giugno 2008, ore 01:34

SiciliaEra partito da pochissimi minuti e già sentiva la mancanza della sua terra. Il giovane ragazzo si mise a sedere in un compartimento libero. Non gli andava di vedere gente e voleva stare solo. La tristezza lo aveva assalito e lo aveva sopraffatto.Mille pensieri gli accavallavano la mente. L’ignoto viaggio lo avrebbe portato lontano, ma sentiva che sarebbe ritornato.

Passarono i minuti, si rincorsero le ore, ed il buio prese il posto del bellissimo sole della sua terra. La visione del mare, suo bellissimo presente, lo fece rincuorare un poco. Tante volte aveva avuto occasione di guardare quelle grosse barche che chiamano traghetti, senza mai esservi potuto salire a bordo. 

Mentre si sporgeva dal finestrino del suo piccolo compartimento, quella barca enorme spalancò la bocca e, come nella fiaba di Pinocchio - quando la balena inghiottì Geppetto - ingoiò in un sol colpo tutto il serpentone di ferro chiamato treno. Poi d’incanto si ritrasse e tornò all’esterno, non prima di averlo tranciato nella parte che lasciò all’interno della pancia stessa della balena. Fu cosi che in un batter d’occhi, il giovane ragazzo si ritrovò nell’Italia vera, quella di strade enormi, di palazzi alti e di tante auto, moto e mezzi di ogni tipo, che si muovevano in tutte le direzioni.

Si rimise a sedere nella sua solitudine di quel freddo compartimento. Vedeva il mare allontanarsi dalla sua vista e non voleva che ciò accadesse. Il pensiero, che per un momento aveva divagato nella visione di quell’ immenso mare dello stretto, si rimise ad accelerare il battito del suo petto. Come una specie di ansiogena anomalia, più il treno si allontanava dal mare, più il suo cuore sembrava accelerare i sui salti e battere dall’interno alla ricerca di un’improbabile uscita.

Il buio della sera stava ormai lasciando posto alla nota cupa notte. Il rumore metallico delle ruote che stridevano sulle rotaie, si trasformò in una specie di colonna sonora di quel momento. Prese un libro dai pochi che aveva riposto nel bagaglio personale e lo aprì nella pagina piegata con un lembo girato all’interno dello stesso. Cercava di allontanare i pensieri che non lo avevano lasciato per un minuto. Le lacrime versate dai quanti l’avevano accompagnato non si fidavano a lasciarlo solo. Cominciò a leggere la pagina spiegata. Leggeva ma non riusciva a metabolizzare. Lascio cadere il libro in uno dei tanti posti vuoti che lo circondavano. Appoggiò la testa di lato e si assopì.

Forse un’ora o forse due o più passarono veloci. La frenata del lungo treno e la voce metallica di un altoparlante: “Roma..! Stazione di Roma! Espresso 634 in arrivo al binario 12!” Lo svegliò di soprassalto. “ Roma!!??…Devo scendere! “ Fu una corsa contro il tempo. Raccolse, con la velocità di un amante in fuga, le sue poche cose sparse nel compartimento e saltò giù dal treno. Aveva poco più di dieci minuti per la coincidenza con Nettuno.

Una stazione cosi grande da farlo sembrare piccolo come non mai, non l’aveva mai vista. Era notte inoltrata, ma la gente si muoveva indaffarata. Chi correva da destra a manca; chi scendeva da treni appena giunti. Fece quei tre gradini con la sensazione di voler tornare indietro. La folla di persone lo portò inconsciamente all’atrio principale.

Una specie di schermo immenso appeso, ad un soffitto altissimo si esponeva in bella vista e si animava di continuo; con caselle che non riuscivano a stare ferme ed a volte formavano una parola: Milano, Firenze, Bologna, Genova, Venezia ed altre, erano le destinazioni. E le indicazioni che da li partivano. Cercò, con lo sguardo di un giovane insicuro, di leggere la sua di destinazione: Nettuno. Li  esisteva ciò che lo aspettava…
Continua..forse..
Sirablog